RACCONTO


ERA MIA MADRE

Racconto vincitore della menzione di merito del Premio Letterario Internazionale "Penna d'autore" in Torino - Gennaio 2019

 

Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi.

Mi scrutava fissando ostinatamente il saio che indossavo, i piedi nudi nei sandali di cuoio, la chierica che mi scopriva la parte apicale della nuca.

La sua espressione era esterrefatta, completamente in contrasto con i tratti del viso, duri, tesi nella ricerca di qualcosa, forse di un indizio, di un particolare che comprovasse la mia presunta identità.

Di tutta la sua figura la cosa che spiccava su tutto erano gli occhi, scuri, languidi. La veletta nera, calata fino agli zigomi, sembrava essere un vero e proprio scudo, che mi impediva di vedere se in lei c’era la paura o il desiderio di ritrovarmi.

La sua ricerca era instancabile, frenetica: in piedi, immobile, di fronte a me, la sentivo rovistarmi dentro, scivolando con le dita ansiose fra i miei pensieri.

Ogni mia più piccola particella era come inchiodata al freddo metallo della panchina, dove sedevo, mentre sciami di vocianti ragazzini si rincorrevano, liberi, fra i secolari alberi di quel parco pubblico.

Sarebbe potuta essere una giornata come tante altre, sarei potuto non venire al parco con i ragazzi della missione, sarei potuto rientrare prima al Convento, ma è difficile sfuggire al proprio destino.

Mia madre mi aveva trovato.

“Nino, in nome di Dio, perché sei scappato?”

Il rosario di legno che  avevo in mano cadde sulle stecche di metallo della panchina dalla quale non mi ero ancora mosso, generando un clangore assordante che, rimbombando fra le tempie, sembrava farmi impazzire.

“Non sono mai stato come voi desideravate, ve l’ho già detto tante volte, madre”

“Ma io non l’ho ancora capito, torna a ripeterlo, Nino” Il tono che la madre usò in quella domanda sembrava volerlo sfidare.

“Non chiamatemi più Nino, il mio nome è Umile, Frate Umile.”

“Umile...” ripeté mia madre senza cercare minimamente di dissimulare quel sogghigno che le saliva fino alle labbra, sembrava divertita “Nino, Umile è una femminuccia, non un uomo. Pensa se tuo padre sapesse...”

“Basta! Non avete nessun diritto di dire ciò.”

“E che importa, Nino? Noi ce lo prendiamo il diritto, l’abbiamo sempre fatto. Non ricordi più?”

Forse era proprio quello che voleva, forse stavo solo giocando al suo gioco, forse tutti questi anni di preghiere e digiuni non avevano completamente lenito le ferite che ora, in un attimo, tornavano a sanguinare.

“Come volete voi, madre. Per l’ultima volta, senza le vostre continue interruzioni, vi rammenterò i miei perché.”

Senza parlare la donna, con una ostentata alterigia, si sedette all’altra estremità della panchina, non prima di averla spolverata con un prezioso fazzoletto di trina, bianco.

Non era cambiata affatto.

L’emozione mi bruciava, illuminando alla luce danzante delle fiamme i ricordi che avevo rimesso in libertà dopo anni di segregazione.

Fin da ragazzino stentavo a comprendere i discorsi che sembravano tanto interessare mio padre e mio fratello maggiore: per loro onore, rispetto, ricchezza e potere erano le uniche cose che contavano e l’unico modo per conquistarle era incutere terrore alla gente. Le poche volte che decidevano di portarmi con loro per fare i loro “soliti giri”, provavo vergogna per il semplice fatto di appartenere ad una famiglia di persone così prepotenti.

Ero solo.

Non conoscevo nessuno dei miei coetanei. Non avevo mai frequentato nemmeno la scuola, avevo un insegnante che si occupava della mia istruzione: un uomo senza ideali, terrorizzato perfino dall’ombra di mio padre.

Mi sentivo prigioniero di quel vecchio e scuro palazzotto, nel quale ero nato, e dove scorrevano lente le mie giornate: fuori dalle finestre sembrava tutto così bello, colorato. Nella piazza, dove si affacciavano le finestre del salotto, si ritrovavano ragazzi della mia età, giocavano, parlavano. Fra loro c’era anche Maria, la figlia del fabbro, capelli scuri al vento. Mi bastava solo poterla guardare nascosto dalla penombra amica delle persiane, per sentirmi ebbro di felicità.

Una domenica finsi di star male per non andare a messa con la mia famiglia, nessuno fece obiezione al fatto che rimanessi a casa: ero solo, per la prima volta della mia vita, ero libero di fare quello che volevo. Con l’anima in gola, ansimando, mi precipitai sulla piazza, dove i soliti ragazzi giocavano: c’era anche lei.

Un tipo più alto e robusto di me mi sbarrò la strada: “Cosa vuole da noi il mafioso figlio di mafioso? Noi non baciamo le mani a vossia. Vattene”. Solo Maria mi guardava dritto negli occhi.

Mafioso.

Per anni quella parola mi ha perseguitato: non potevano accusarmi per quello che non ero, erano ingiusti, il mondo era ingiusto.

Poi un giorno, anni dopo, in un caldo pomeriggio di agosto, arrivò correndo un ragazzo sulla piazza, urlando verso le nostre finestre: “Don Antonio, correte, hanno ucciso vostro figlio Salvatore, davanti alla chiesa di S.Agnese”. Non so descrivere ancora oggi le sensazioni che mi travolsero. L’unica immagine che saliva alla mente, ossessionandola, era l’arroganza impietosa, la prepotenza oscena che Salvatore ostentava, pretendendo, proprio come mio padre, di essere il padrone invulnerabile dell’universo. Nessuna convinzione è mai stata più folle: la morte non ha bisogno di assenzi per compiersi.

Dopo quell’episodio mio padre decise, senza nemmeno avermi consultato, che anche per me era arrivata l’ora di divenire un uomo d’onore. Così di ritorno dal funerale di Salvatore, vedendomi la confusione dipinta sul volto, mio padre iniziò a sibilare  al mio orecchio che spettava a me vendicare mio fratello, così avrei conquistato il posto che lui aveva lasciato.

Ero stordito.

Accadde tutto così in fretta ...

Mi mise la  pistola in mano, era pesante.

Mi condusse al portone che dava sulla piazza: nell’aprirlo i cardini stridettero con un urlo raccapricciante, come nel disperato tentativo di riportarmi alla realtà.

Fatica sprecata.

Mio padre urlava, con gli occhi spalancati dall’eccitazione: “Nino, spara. Spara a Maria. Suo padre ha ucciso il nostro Salvatore, ci ha mancato di rispetto. Puniscilo. Spara.”

Lo feci.

Non ricordo di aver premuto il grilletto, ma Maria giaceva a terra in una posa sgraziata.

L’avevo uccisa.

Mio padre mi stringeva la spalla destra con aria soddisfatta.

Io piangevo, annichilito.

La stretta della mia mano destra sul calcio della pistola si allentò, l’arma cadde a terra, provocando un tonfo sordo.

“E tu dov’eri?” le chiesi con la voce che mi tremante, che ricordava il fruscio dei rami secchi al soffio del vento ”Ti compiacevi che anche Nino fosse uomo d’onore?”

Mia madre non mi fissava più: guardava un punto nell’infinito, non sembrava provare nessuna emozione.

Nulla.

Poi, all’improvviso, con voce ferma “Nino, ho bisogno di te. Giorni indietro hanno ucciso tuo padre, sulle scale di casa. Gli hanno sparato alle spalle, vigliacchi. Voglio che tu lo vendichi. Voglio veder piangere chi ha ucciso quel grand’uomo di tuo padre.”

“Santo cielo, madre, voi non capite ... Sono scappato anni fa... Ora sono un frate, un servitore di Dio, e voi mi chiedete ancora vendetta? Non riuscite a capire che sangue chiama sangue? Nel nostro convento non accogliamo orfani di guerra, ma orfani di mafia, ragazzi di ogni specie con la disperazione e la voglia di vendetta dipinta a colori squillanti sul volto. La vendetta non aiuta. E’ solo un sentimento rapace e devastatore che entra nella vita con lo sfolgorare del sole dopo l’uragano, trasformandola per sempre, divenendone l’unico fulcro, dominatore e spietato.”

Avvertii un rumore di passi.

Un uomo, il cui viso era oscurato dall’ombra di un grande cappello, era già di fronte a noi.

Mia madre lo guardò, poi volse lo sguardo, ora disperato, nella mia direzione con l’indice verso lo sconosciuto, aprendo le labbra come per dire qualcosa.

Dal soprabito dello sconosciuto era già spuntata la canna lucida di una pistola.

Il fragore di due spari.

Lo sconosciuto stava già scappando.

Mia madre, come al rallentatore, porta la mano destra al petto, dove un fiotto di sangue imbratta già la sua camicetta bianca, spalanca gli occhi sotto la veletta nera, poi reclina la testa su un fianco, goffamente.

D’un tratto, come avviene con il calare repentino del sipario sulla scena aperta, avvertii l’orrore della solitudine.

Una sorta di vuoto fisico mi separava dal mio stesso corpo. Avvertii le diverse parti di me andare ognuna per proprio conto, benché fossi perfettamente immobile.

Mi sentivo liquefare, perdere peso.

Se solo un alito di vento mi avesse fatto oscillare, credo, sarei caduto, faccia in avanti, spaccandomi in milioni di pezzi.

Il parco si era svuotato in un attimo.

Nessuno aveva visto e nessuno voleva vedere.

I ragazzi della missione erano tutti di fronte alla panchina: conoscevano già quello spettacolo.

I loro occhi pretendevano una spiegazione.

“Era mia madre”.