RACCONTO


Torno a casa


MENZIONE D'ONORE  del "1° Concorso Letterario Nazionale - PREMIO CENTUMCELLÆ" - Civitavecchia (RM)

MENZIONE D'ONORE  del "10° Concorso Letterario Città di Cologna Spiaggia " - Roseto degli Abruzzi (TE)

 

La superficie del mare, lucente e plumbea, riflesso del cielo imbronciato, veniva sfiorata dalle gocce di pioggia.

Plic.

Ploc.

Plic, ploc.

Insistenti, minuscole ma persistenti. Una frotta in corsa sfrenata verso la superficie.

L’elemento che ritorna alla sua origine, acqua dolce con acqua salata.

L’eterno ciclo di partenze e ritorni, ma il ritorno delle figlie gocce al padre mare negli ultimi anni era ammorbato da una presenza sempre maggiore di sostanze che facevano morire tutto quello che sfioravano, lentamente, ma inesorabilmente.

Un veleno ingannevole, invisibile, strisciante si stava impadronendo di tutto ciò che viveva e si nutriva dell’elemento liquido principe per la vita: l’acqua.

Sabrina era seduta sull’antemurale, con il viso rivolto a quella distesa imponente, gli occhi chiusi, ed il naso rivolto a catturare quell’odore che conosceva fin da bambina.

Sedeva indifferente alle gocce d’acqua che le inzuppavano i vestiti ed il fazzoletto che portava in testa a coprire la nudità del suo cranio.

La chemio fa questo effetto e molti altri.

Molti altri.

L’ospedale le causava claustrofobia, oltre che dolori immani, tanto che si domandava sempre più spesso se il male fosse più accettabile della cura.

Sorrideva amaramente quando le balenavano per la testa questi pensieri.

L’ultimo ciclo di chemio era terminato ed era stato devastante, un altro ennesimo sforzo per lei che stentava a credere di poter reggere ancora.

Sapeva che i successivi tre giorni sarebbero stati un inferno di nausee, vomito, mal di testa, stanchezza.

Dentro di lei si combatteva una battaglia: la medicina stava cercando di annientare ancora una volta l’intento del mostro di crescere dentro di lei.

Chiuse gli occhi inspirando l’aria carica di umidità, cercando consolazione nella vastità del mare.

Ripercorse mentalmente la mattinata appena trascorsa: quando l’avevano chiamata per la chemioterapia, era entrata come sempre nella solita stanza, “la stanza delle poltrone” piccola ma piena tutto, di paura, di vita, di rassegnazione e di speranza, di racconti, di medicine, di cerotti, di disinfettante.

C’era il solito odore di chemio.

Che odore ha la chemio?

Odore di paura e di lacrime non piante, chiuse, stantie.

Sabrina ricordava che nelle prime sedute aveva l’abitudine di fissare la flebo, guardando il liquido scendere goccia a goccia, poi andando avanti era così nauseata da quella pratica che a stento riusciva a guardalo scorrere, per vedere la fine. In questa ultima seduta era talmente assuefatta che non era riuscita neppure a rivolgere lo sguardo alla flebo ed all’ago che aveva conficcato nella mano.

Il cancro le aveva cambiato la mente e il corpo, il cancro le aveva cambiato i pensieri, il modo in cui guardava gli altri, quelli “sani”.

Il cancro le aveva fatto conoscere un mondo parallelo, un mondo di cui nessuno conosce l’esistenza prima di entrarne a far parte: è il mondo dei reparti, è il mondo fatto di medici e di infermieri, dell’odore della paura e di disinfettante. È il mondo delle persone che stanno male, che soffrono, che combattono, che sperano, che vivono la vita disperatamente e forse più intensamente degli altri.

Lei non aveva scelto di avere il cancro, ma aveva dovuto suo malgrado affrontare la sua perenne stanchezza, aveva dovuto imparare a convivere con i suoi dolori, con la sua testa senza capelli, con gli sguardi della gente ancora convinta che il cancro è una malattia contagiosa.

Sabrina stava scoprendo che cancro era il buio che aveva dentro di se.

I pensieri le corsero a qualche giorno dopo la seconda seduta di chemio quando suo marito le comunicò che dovevano lasciarsi, che l’amava così tanto tanto e che questo suo amore non gli permetteva di vederla così deperita e sofferente. In altre parole le aveva detto “La tua malattia mi fa paura e non voglio condividerla con te.

Lei l’aveva capito già qualche settimana prima quando aveva notato che era cambiato, aveva notato come la guardava – o meglio come non la guardava – e, nelle poche occasioni in cui facevano sesso, aveva notato i suoi occhi chiusi o il suo evitare a tutti i costi di guardarle il viso o sfiorarle la nuca nuda.

Lui aveva paura.

Credi che io non abbia paura?” aveva pensato Sabrina tra sé e sé, digrignando i denti per la rabbia.

Durante la notte le accadeva spesso, soprattutto alla vigilia di un nuovo ciclo di chemio, di svegliarsi di colpo e, istintivamente, nel dormiveglia cercare con la mano qualcuno accanto a sé.

Aveva dovuto imparare ad accontentarsi del cuscino a fianco. Lo abbracciava e cercava di dormire qualche altra ora.

Una folata di vento la riportò alla realtà.

Si guardò intorno come smarrita.

Le due torri, comicamente vestite di calzettoni a righe bianche e rosse come quelli di Pippi Calze Lunghe, svettavano sulla sua destra, mute sentinelle.

Dalla cima usciva silenzioso ed inesorabile un filo giallastro che tracciava strani arabeschi nel cielo grigio.

C’era chi sosteneva che i veleni sputati in aria da quelle due ciminiere erano la causa dei tumori che affliggevano lei e tante altre persone.

Ma oggi non voleva pensare ad altro che ad essere li.

Al ritorno dalla seduta di chemio quel giorno si era fatta portare al mare e non a casa dal ragazzo che faceva servizio presso l’associazione di volontariato che la traghettava ogni volta da casa all’ospedale.

Una volta arrivati gli aveva chiesto di accompagnarla, sostenendola, fino all’antemurale e di aiutarla a sedersi li.

La spossatezza quel giorno era tremenda ma lei voleva parlare con il mare, voleva guardarlo negli occhi interrogarlo.

Il ragazzo, giovanissimo, con i brufoli che gli martoriavano il viso aveva provato a dirle che a breve sarebbe iniziato a piovere, ma Sabrina non aveva voluto sentire ragioni.

E così ora era lì, con la giacca a vento che le danzava lievemente addosso al corpo smunto.

Non era freddo, lo scirocco rendeva tutto umido e tiepido, ma lei sentiva brividi serpeggiare lungo la schiena, era così stanca…

D’un tratto una manciata di vomito le salì dalle viscere alla bocca e lei non poté fare a meno che sputarlo a mare, pulendosi poi le labbra screpolate con il dorso della mano destra.

Una chiazza giallognola galleggiava al ritmo con l’acqua salata.

Dopo poco un pesce, affiorando sulla superficie, iniziò a nutrirsene.

Strano pensò Sabrina, quello che per me è impossibile da trattenere in corpo, per un altro essere vivente rappresenta nutrimento.

Nel frattempo in lontananza una figura in movimento rapì la sua attenzione: una nave da crociera imponente e luminosa si stagliava imponente all’orizzonte.

Quanti cambiamenti erano avvenuti nella sua bella città… quante violenze perpetrate nel nome del progresso nel nome del Dio denaro.

Così il porto era divenuto attracco di innumerevoli navi da crociera che ammorbavano le acque, capaci solo di scaricare frotte di variopinti e vocianti turisti che lasciate le navi calpestavano qualche centinaio di metri di suolo cittadino per essere trasportati alla Capitale a vedere le bellezze storiche, trascurando quanto di bello e selvaggio avesse anche il luogo dove la nave era ormeggiata.

Sabrina si sentiva straziata nel vedere come la sua amata città, le sue amate coste venissero violate e svendute.

Con una mano lisciava la pavimentazione dell’antemurale, da cui uscivano sassolini levigati dal tempo e dal passeggio delle persone e ripensava alle parole che l’oncologo le aveva detto poche ore prima “Cara signora il tumore ha ripreso vigore. Credo che questa sia l’ultima seduta chemioterapica a cui la sottoporremo. Le rimangono poche settimane di vita.

Poi un pensiero le attraversò la mente come in un flash.

Un fotogramma folle e impensabile, ma lucido e inoppugnabile.

Allora anche la sua vita le sembrò più lieve.

Prese il suo cellulare dalla tasca e scrisse con lentezza un messaggio al suo medico.

Lo inviò.

Poi posò l’apparecchio sull’antemurale.

Chiuse gli occhi ed alzò il naso al cielo inspirando forte l’aria salmastra, poggiò poi le mani ai lati delle gambe, oramai indolenzite, e con un ultimo sforzo, che le sembrò impossibile da sostenere, si dette uno slancio e si lasciò scivolare in mare.

L’acqua era fredda.

Nell’impatto con l’acqua aveva perso il fazzoletto che le copriva la nuca nuda, ma questa volta non se ne preoccupò. Lo guardava galleggiare affianco a sé, e questo le strappò un sorriso dalle labbra, le sembrò quasi comico.

Non era una grande nuotatrice, ma le sue gambe istintivamente avevano iniziato a muoversi quel tanto che bastava per tenerla a galla. Quel gioco sarebbe durato poco, la stanchezza che la attanagliava avrebbe fatto il suo dovere e lei finalmente avrebbe potuto trovare pace fra le braccia tanto amate del suo mare.

E così ricordò quando da bambina aspettava trepidante di poter fare il bagno dopo pranzato, quando suo padre la portava sul canotto a fare un giro al largo.

Ricordò il sapore salato sulle labbra e la sabbia fra le dita dei piedi.

Ricordò le conchiglie raccolte, e gli scogli dove andava ogni volta che aveva una cosa importante nel petto.

Il cuore le batteva forte, ma quando le sue gambe si arresero alla stanchezza ed il mare la accolse carezzandole la nuca nuda, non sentì dolore, non ebbe più paura, ma la pervase un senso di tranquillità e di pace.

Finalmente era tornata a casa.

In quel momento il cellulare dell’oncologo ricevette un messaggio “Addio e grazie di tutto, torno a casa”.