Lucia e Marisa sono due donne di età differente con una vita sociale apparentemente opposta per una presente e per l’altra passata.

Si incontrano per caso e per caso si riconoscono nei loro tormenti: Marisa rivive la vita che ha abbandonato attraverso i lividi sulla pelle Lucia, e da questo riconoscersi scatta, inatteso, il desiderio di solidarietà.

Il passato di Marisa, che lei aveva seppellito sotto cumuli di polvere e dolore diventa d’un tratto il punto di forza per Lucia,  e il presente prepotentemente vissuto sarà la leva che spingerà Marisa a dissotterrare vecchie colpe.

Un romanzo ben scritto, che si legge tutto d’un fiato, che affronta con delicatezza i temi della violenza domestica, della vita di strada, dell’abbandono consapevole di una vita vissuta per affidarsi alle braccia dell’ignoto.

L’autrice ci guida fra i portici della città di Cagliari che sarà muta testimone di ricordi e confessioni.

Molto gradevole il sottile fil rouge  che unisce tutta la narrazione riferito alle mandorle: partendo dal titolo, questo seme commestibile, segue tutte le vicende nella sua veste amara e in quella dolce fino a quando si potrà avvertire lo scricchiolare dei due gusci, prima l’uno e poi l’altro, quello legnoso e in quel momento, magicamente, avverrà la liberazione delle coscienze delle due donne.

Oltre le protagoniste, splendide entrambe, ho gradito come l’autrice ha tratteggiato e coinvolto nella storia gli altri personaggi: il piccolo Riccardo, Chiara, Laura, Antonio, i clochard compagni di ventura di Marisa.

Un coro polifonico di storie e di vissuto che rende la narrazione completa e veramente godibile.

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