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Devo essere sincera, la copertina rosa di questa edizione della e/o non mi invitava tanto a prendere in mano questo romanzo, di cui si è parlato fin troppo negli ultimi tempi: e in genere i casi editoriali sono destinati e deludere.

Ma dovevo leggere questo romanzo tanto che una amica me lo ha fatto trovare fra i doni dello scorso Natale… destino, forse…

Violette Toussaint la protagonista, il fil rouge di questo meraviglioso romanzo: barista, guardiana di un passaggio a livello e poi guardiana di un cimitero in una cittadina della Borgogna.

Dobbiamo scavare a fondo nell’apparenza sciatta dietro cui di nasconde, per scoprire a lasciarci travolgere dalla vita piena di misteri di Violette: lei e il controverso uomo che ha sposato, Philippe, lei e la sua bambina Leonine, lei e i suoceri, lei e Sasha il vecchio custode del cimitero, lei e le mille e una esistenze che incontra e sfiora.

Molte delle persone che si recano al cimitero di Violette, durante le visite ai loro cari, si trattengono nella casetta della guardiana, una donna dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, che è sempre pronta a offrire un caffè caldo, un the o un cordiale, e ad ascoltare.

Violette trascrive tutti i discorsi che si tengono durante i riti funebri, pulisce le lapidi, innaffia le piante, coltiva il suo orticello, pranza con il parroco del paese, si concede qualche risata con i suoi colleghi manutentori e spaventa i ragazzini che di notte campeggiano tra le tombe in cerca di brividi.

Violette e il suo guardaroba “Inverno” ed estate”: il colore nascosto sotto il bianco e nero, come a non voler mostrare il suo vero modo di essere.

«Ho due guardaroba, uno lo chiamo “inverno” e l’altro “estate”, ma non c’entrano le stagioni, c’entrano le circostanze. L’armadio inverno contiene solo vestiti classici e scuri destinati agli altri, l’armadio estate solo vestiti chiari e colorati destinati a me stessa. Indosso l’estate sotto l’inverno, e quando solo sola mi tolgo l’inverno.»

Un giorno uomo arrivato da Marsiglia, Julien Seul, che poi si scoprirà essere un commissario, si presenta da Violette con una strana richiesta: sua madre, Irene, morta a chilometri di distanza da quel piccolo paesino, ha chiesto espressamente di essere sepolta accanto a un uomo che riposa proprio in quel cimitero, Gabriel Prudent, sconosciuto al figlio fino a quel momento.

Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime, che parevano nere, si rivelano invece luminose.

Attraverso incontri, racconti, flashback, diari e corrispondenze, la storia personale di Violette si intreccia con mille altre storie personali in un caleidoscopio di esistenze che vanno dal drammatico al comico, dall’ordinario all’eccentrico, dal grigio a tutti i colori dell’arcobaleno.

E il romanzo si trasforma, aprendosi su linee temporali diverse e perfino cambiando la voce narrante in alcuni capitoli per entrare meglio nella psicologia di tutti i personaggi, nelle loro verità, nei loro sentimenti.

Chi è Violette?

Qual è la sua storia?

Perché ha denunciato tardivamente la scomparsa di suo marito, e perché non lo ha mai più cercato?

La storia di Gabriel Prudent e di Irene, inizieranno a avviticchiarsi a quella di Violette e di Julien, tanto da far credere che si tratti della stessa storia.

Se questo romanzo fosse una melodia lo paragonerei al Bolero di Ravel: si parte con una sola voce, quella di Violette, che all’inizio sembra anche banale, poi alla narrazione si aggiungono voci su voci, si intrecciano storie senza cambiare la melodia, ma arricchendola.

Quando ho terminato la lettura, rammaricata che non ce ne fosse più, mi sono accorta di essere finita al largo quando avevo intenzione di bagnarmi solo i piedi a riva… È questa la sensazione che lascia il passaggio attraverso una storia ben scritta: ti trascina via in altri luoghi, ti apre ferite, te ne guarisce altre, ti fa cambiare occhi, ti da speranza.

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