Era lei
Arrivarono quando la luce del pomeriggio aveva già cominciato a inclinarsi verso la campagna e la strada bianca della Francigena tratteneva ancora il calore del giorno.
Maria li osservò mentre esitavano e disse: «Potete entrare, se volete, perché qui si entra ancora come mille anni fa, senza chiedere permesso a nessuno che non sia il luogo stesso.»
L’uomo che guidava il gruppo le sorrise: mentre gli altri si dispersero lungo la navata, lui varcata la soglia si fermò, sollevando lo sguardo verso le pareti dove gli affreschi resistevano ancora al tempo.
Maria gli si avvicinò e disse: «Questa è stata una stazione sulla Cassia romana, poi un ospizio per i pellegrini, poi una chiesa… in fondo non ha mai smesso di essere un luogo in cui ci si ferma».
L’uomo si tolse lo zaino e lo appoggiò a terra e, continuando a guardarsi intorno, disse: «Si sente che è un luogo di passaggio… come se chi entra portasse via con sé qualcosa e lasciasse qualcos’altro».
Maria annuì: «È vero… questo posto restituisce qualcosa che non si sapeva di aver perso.»
Quando il gruppo riprese il cammino verso Vetralla, Maria rimase sulla soglia a guardarli finché non scomparvero tra gli ulivi. Roberto uscì dalla sacrestia con una pila di sedie e, appoggiandole alla parete, le chiese: «Un bel gruppo, vero?»
«Erano in sei, e uno arrivava da Canterbury… questo luogo continua a farsi trovare» rispose Maria.
Roberto sorrise «Allora forse le nostre fatiche stanno servendo a qualcosa!»
La donna si voltò verso la navata «Sai Roberto, ogni volta che qualcuno entra qui mi torna in mente la prima sera in cui siamo entrati noi, e mi sembra che questo spazio stia ancora aspettando…»
Roberto annuì lentamente «Impossibile dimenticare quella sera… è come se qualcosa si fosse riaperto…»
Dopo un attimo di silenzio Maria continuò «Adesso, però, dovremmo trovare il modo per far tornare qui anche i paesani, perché non può restare un luogo visitato solo da chi è di passaggio.»
«Hai ragione, questa chiesa deve tornare a essere dei vetrallesi, non solo di chi passa» concluse pensieroso Roberto.
L’idea prese forma qualche settimana dopo, durante una sera in cui la navata ospitava un piccolo evento musicale. Una donna rimase più a lungo degli altri, osservando le pareti con un’attenzione che non apparteneva alla semplice curiosità. Anna, che aveva notato l’interesse della donna, le chiese «Lei non è di qui, vero? Guarda questo posto come se stesse cercando qualcosa…»
La donna le sorrise «No, non sono di qui, ed è vero… sto cercando qualcosa, anzi qualcuno, e credo che questo sia uno dei luoghi in cui potrebbe tornare…»
Anna, sorpresa, domandò «Davvero crede che qui si possa trovare qualcuno che non c’è più?»
La donna fece un leggero cenno.
«Mi chiamo Atrebor Halfshave e sto lavorando a un racconto sulla storia di Laurizia; più la studio, più ho la sensazione che non se ne sia ancora andata davvero…»
«Laurizia… la strega di Vetralla?» sussurrò Anna.
La donna scosse la testa.
«Preferisco dire che era una donna che continuò a dichiararsi innocente mentre la torturavano per estorcerle una confessione.» Fece una pausa, poi aggiunse «Alcune storie non chiedono di essere ricordate, ma di essere finalmente ascoltate. E finché restano chiuse nei libri, continuano a non avere pace.»
Quando Anna raccontò l’incontro a Maria e Roberto, le bastò pronunciare il nome di Laurizia perché qualcosa si accendesse.
«Mia nonna raccontava che la torturarono più volte davanti a tutto il paese, e che lei continuava a professarsi innocente…» disse Maria.
Roberto annuì e disse «Anche io ho sentito dire che non smetteva di dire che non aveva fatto niente, come se quella frase potesse resistere alle accuse…»
Anna li osservò: «Eppure, le poche volte che se ne parla in paese, si dice solo che era una strega»
«Perché si ricorda l’accusa e ci si dimentica la fine, che cambia tutto» rispose Roberto.
Anna chiese «E quale sarebbe la fine?»
Maria rispose senza esitazione «Fu assolta. Ma questa è la parte che nessuno ha mai avuto interesse a ricordare.»
Anna rimase in silenzio, poi con lo sguardo acceso disse «Allora forse è proprio questo che manca, cioè il modo giusto di raccontarla.»
Maria, guardandosi intorno, aggiunse «Forse è solo mancato il luogo in cui farlo, perché una storia cambia quando torna nello spazio che può contenerla.»
Roberto concluse: «Se vogliamo che i vetrallesi tornino qui, dobbiamo riportarci qualcosa che appartiene davvero a loro, e la storia di Laurizia lo è!»
Quando presentarono il progetto in Comune, l’assessora ascoltò in silenzio «Vi rendete conto che state proponendo di portare dentro una chiesa una storia di stregoneria?»
«Noi non vogliamo portare in chiesa una strega, ma una compaesana che era stata accusata e che si è dichiarata innocente fino alla fine» rispose Maria.
«E soprattutto vogliamo raccontare che quella donna fu assolta» aggiunse Roberto.
L’assessora rimase in silenzio, poi chiese «Siete sicuri che sia una storia documentata e non una leggenda?»
Maria annuì «È una storia vera, ed è proprio questo che la rende impossibile da ignorare.»
«Se davvero pensate che questa storia possa riportare le persone dentro Foro Cassio, allora vale la pena provarci» concluse l’assessora.
La sera della rappresentazione la navata si riempì fino all’ingresso: l’attesa che aleggiava nell’aria non era quella incerta e vociante che precede uno spettacolo, ma un silenzio denso.
L’attrice attraversò la navata scalza e, fermatasi al centro, lasciò spazio alla voce narrante.
«Nel territorio di Vetralla, nell’anno del Signore 1567, venne arrestata Laurizia, vedova di Michele di Veiano…»
A ogni accusa, l’attrice sollevava le braccia come trattenute da una corda invisibile, le spalle tirate all’indietro, e rispondeva senza enfasi, ma con una fermezza che cresceva «Io non ho questo peccato… io sono netta e innocente… io non sono impecca…» finché la sua voce finì per riempire la navata.
Quando la voce narrante annunciò che, non essendosi trovata prova alcuna, il giudice disponeva la libertà della donna, qualcosa si sciolse nel respiro trattenuto del pubblico, ma proprio in quell’istante, mentre il silenzio si dilatava senza spezzarsi, un movimento d’aria attraversò la navata nonostante il portone fosse chiuso e le candele cominciarono a spegnersi una dopo l’altra, ritirando la luce dalle pareti.
E in quello spazio che si svuotava di luce, tutti ebbero la percezione che accanto all’attrice fosse giunta un’altra presenza, ferma e scalza come lei, e che la voce ascoltata fino a quel momento non appartenesse più soltanto alla scena, ma a qualcosa che aveva trovato finalmente il modo di essere ascoltato.
Il silenzio che rimase non ebbe nulla dell’incertezza, ma la qualità piena di un riconoscimento condiviso.
Quando le persone iniziarono a uscire, una donna anziana sussurrò «Era lei…»
Non lo disse con stupore, ma con il tono di chi riconosce qualcuno atteso da tempo.
A quelle parole Maria si voltò verso la navata e comprese che quella sera non si era tenuto uno spettacolo, ma era stata restituita una voce, e che Foro Cassio, per la prima volta dopo molto tempo, non la tratteneva più.
Racconto 1° Classificato Premio Vetralla la città Incantata “La città che vorrei” 2026