Ho appena terminato Figlia dell’ultimo re di Ornella Albanese e mi è rimasta addosso soprattutto Beatrice, molto più della vicenda storica che pure costituisce l’impalcatura solida del romanzo.

La Albanese prende una figura quasi dimenticata della storia sveva e la porta fuori dalle cronache, restituendole una voce, un corpo, un’infanzia spezzata e, soprattutto, un conflitto interiore potentissimo. Beatrice ha appena sei anni quando, dopo la sconfitta e la morte di suo padre Manfredi, viene separata dalla famiglia e rinchiusa. Diciotto anni trascorsi dentro una cella potrebbero ridursi a una lunga parentesi di dolore; nelle mani di Ornella, invece, diventano il tempo nel quale una bambina cresce, cambia e costruisce la propria identità attorno a un sentimento che rischia di divorarla: la vendetta.

Ed è proprio questa duplicità a rendere il personaggio così affascinante: da una parte la principessa educata alla musica, alla lettura, alla poesia e alle regole del suo rango; dall’altra la creatura selvaggia che ha imparato a sopravvivere nutrendosi dell’odio. Lo specchio che le restituisce una donna e l’anima che continua a custodire la bambina ferita sono forse una delle immagini più belle per raccontare il cuore del romanzo.

Attorno a Beatrice si muove un Medioevo vivo, attraversato da intrighi, lotte di potere e figure che appartengono alla grande Storia, ma che qui entrano nella narrazione senza soffocarla: dal conte Ugolino a Giotto, fino a Dante. Le loro presenze contribuiscono ad ampliare l’orizzonte della vicenda e a fare di quella che potrebbe sembrare soltanto la storia di una principessa prigioniera un racconto molto più ampio sul potere, sulla perdita, sulla libertà e sulla possibilità di scegliere chi diventare dopo essere stati privati di tutto.

Ho apprezzato molto il modo in cui l’autrice intreccia la dimensione storica con quella profondamente umana, senza lasciare che l’una prevalga sull’altra. E soprattutto ho amato il percorso di Beatrice: perché la vera prigione, a un certo punto, non sembra più essere soltanto quella che ha avuto davanti agli occhi per diciotto anni, ma quella che l’odio ha costruito dentro di lei.

Una storia di dolore e di riscatto, dunque, ma anche una storia sulla difficile libertà di scegliere tra ciò che il passato ci ha fatto diventare e ciò che, nonostante tutto, possiamo ancora decidere di essere.

Un romanzo che ho letto con grande piacere e che consiglio sinceramente.

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