Questo romanzo, sequel di “Una ferita aperta” è una storia di asciutto realismo, che non viene adornata di fronzoli dall’autore , e proprio per questo risulta piacevole nella spiacevolezza degli argomenti trattati: il tema della follia è affrontato e riportato nella parola scritta con maestria.

Nello storyline troviamo un ottimo thriller, di quelli che ti conducono fino alla fine con il tremendo interrogativo “Dove starà la verità?” ma c’è anche dell’altro: ho trovato fra le pagine un nemmeno tanto velato approfondimento psicologico del protagonista lo rende reale, creando profondità in un mondo di personaggi bidimensionali.

E forse proprio questo è l’elemento che rappresenta la vera forza di questo romanzo.

Scuote profondamente l’anima muovere passi nel mondo di Salvatore, in quel mondo “cavo” dove tutto è collegato e al tempo stesso scollegato, spostando a ogni piè sospinto il baricentro. E insieme al protagonista ci troveremo combattuti tra il desiderio di rimanere chiusi nel buio in cui a volte si sprofonda, e quello di liberarsi definitivamente dei nostri mostri e riprendere a vivere.

L’autore guida il lettore in questo tortuoso viaggio dentro il protagonista, catturandolo, e attraverso la stesura di un romanzo nel romanzo (anche questa è la straordinarietà di questa opera) ci fa vivere una realtà differente.

Ma per il lettore, esattamente come per Salvatore, non sarà sempre così semplice capire cosa è reale e cosa non lo è.

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