Questo è un libro potentissimo, autentico.

Dopo aver terminato la lettura di questa manciata di pagine, mi sono commossa.

Ma in realtà questa commozione è iniziata alle prime pagine e non se ne è mai andata fino alla fine, perché in questo libro ci sono tante cose che fanno male.

L’autore porta il lettore in una stanza maleodorante in cui l’aria è viziata perché si respira sofferenza, solitudine, follia, e lo spinge a raccogliere il dolore a piene mani e provare il desiderio stillante di toglierne un po’  dalle spalle di Daniele, il protagonista, pur sapendo che sarebbe inutile.

Daniele ha solamente vent’anni quando viene sottoposto a TSO, il trattamento sanitario obbligatorio.

La sua esplosione di rabbia è talmente forte che i genitori non hanno altra scelta.

Daniele non è un ragazzo cattivo, solo un uomo senza pace che sente dentro di se il peso di tutta la sofferenza del mondo.

I suoi occhi, gli occhi da poeta, artista, sono diversi da quelli di molti altri. 

Non è capace di guardare il dolore degli altri senza viverlo. Un dono o una condanna?

Così il nostro protagonista si ritroverà in una stanza dell’ospedale psichiatrico in compagnia di quattro pazienti decisamente fuori dagli schemi. Lontanissimi e vicinissimi a lui.

Oltre alla rabbia iniziale  per la reclusione  e alla paura di condividere aria e spazio con quattro matti, c’è di più.

I compagni di letto diventano dei veri e propri amici per Daniele che forse, per la prima volta in vita sua, può permettersi di mostrare chi è davvero.

Tra l’indifferenza stanca dei medici, la vitalità di Gianluca, la dolcezza di Mario, la presenza di Giorgio, l’assenza di Alessandro e lo strambo comportamento di Madonnina, la settimana di trattamento obbligatorio vola lasciandoci addosso malinconia e  un pizzico di serenità.

Daniele capisce, e di conseguenza fa capire a noi, cosa passa per la testa di questi pazienti e delle persone che ruotano intorno a loro.

Ma che cos’ha Daniele?

Cosa gli impedisce di “essere come gli altri”?

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